intro2007   program   mostre   portfolio   workshop   seminari   estemporanea  credits    vincitori

 

MOSTRE

FotoLeggendo 2007

 

 

Musei Capitolini Centrale Montemartini: “Il Diaframma di Lanfranco Colombo, una storia italiana” resterà aperta dal 2 ottobre al 4 novembre  ( Roma - Via Ostiense, 106 -  dal martedì alla domenica,  9,00 - 19,00)

 

Istituto Superiore Antincendi:  circa 650 fotografie, suddivise in più mostre resteranno in esposizione  dal 5 fino al 20 ottobre e saranno visibili tutti i giorni   domenica esclusa. (via del Commercio 13 , dalle 16,30 alle 20,00)

 

 

 

 GRANDI AUTORI

 Centrale Montemartini

 

 

"Il Diaframma di Lanfranco Colombo, una storia italiana di Autori vari

 ( 2 ottobre al 4 novembre  Musei Capitolini Centrale Montemartini)

 

Il 13 aprile 1967 in via Brera 10 a Milano alle ore 18 si inaugurava una mostra fotografica di Paolo Monti che raccoglieva, accanto alle classiche immagini in bianconero di questo autore, passato al professionismo nel 1954, anche alcune ricerche astratte sul colore. Quel giorno era nata una galleria che avrebbe avuto una parte significativa nella storia della fotografia italiana: si chiamava “Il Diaframma” e l’aveva inaugurata un dirigente industriale milanese dominato dalla passione per la fotografia, Lanfranco Colombo.

Se è impossibile sintetizzare in poche righe la lunghissima storia de Il Diaframma, durata quasi trent’anni, è facile capire l’importanza di una galleria che ha traghettato la fotografia italiana dall’epoca pionieristica di quando interessava solo ai pochi addetti ai lavori a quella attuale che finalmente le riconosce il ruolo e l’importanza che le compete. Se oggi in Italia vi sono gallerie, festival, scuole, rassegne di valore anche internazionale, ciò è anche dovuto alla strada che quasi quaranta anni fa Il Diaframma ha cominciato a indicare facendo diventare la galleria un punto di incontro da cui sono nate innumerevoli idee.

Per ricordare l’attività di quella che nacque come prima galleria al mondo completamente ed esclusivamente dedicata alla fotografia, Fondazione 3M ha allestito nel 2005 una mostra presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia che ha raccolto le opere di alcuni dei più significativi fotografi che hanno esposto negli spazi de “Il Diaframma”.

 

Autori:  Carmelo  Bongiorno, Denis Brihat, Maurizio Buscarino, Pierre Cordier, Luciano D’Alessandro, Franco Donaggio, Mario Dondero, Maurizio Galimberti, Mario Giacomelli, Mimmo Jodice, Mario Lasalandra, Nino Migliori, Laszlo Moholy-Nagy, Toni Nicolini, Enzo Nocera, Joe Oppedisano, Giuseppe Pessina, Tino Petrelli, John Phillips, Vittorio Pigazzini, Fulvio Roiter, Edoardo Romagnoli, Roberto Romano, George Tatge, Giuliana Traverso, Luigi Veronesi, Lanfranco Colombo. Fotografi Russi: Mark Markov-Grinbert, Max Al’Pert, Ivan Sciaghin, Georgij Zelma, Michail Bukar, Anonimo

 

Dal 2 ottobre al 4 novembre

Musei Capitolini Centrale Montemartini - Via Ostiense, 106

dal martedì alla domenica, orario continuato 9,00 - 19,00 la biglietteria chiude alle ore 18,30

 

 

 

 GRANDI AUTORI

 Istituto Superiore Antincendi

 

 

 

"Appena percepite”  fotografie di Giuliana Traverso

 

Con questo lavoro, tappa necessaria sulla strada della sua ricerca interiore, Giuliana Traverso compie l’originale esercizio di fermare il frammento di spazio e tempo nel momento che questo viene “percepito” dalla retina e non ancora definitivamente “connotato” nel cervello; far sgorgare l’emozione prima ancora che i filtri cognitivi entrino in gioco. “Appena percepite” è un racconto per immagini che si muove e prende vita fuori dal canonico spazio della sintassi simbolica del racconto, perché esalta ed amplifica il processo denotativo della percezione visiva cercando di dare meno spazio allo strapotere dei filtri culturali contenuti nel processo connotativo. Infrangendo la regola compositiva del “Vedere e non Guardare”, l’autrice supera il banale ideologico del conformismo estetico, usando il banale quotidiano per fare racconto interiore. Le immagini contenute in questa mostra trasudano tutto il bisogno dell’autrice di riscoprire i sapori e gli odori visivi della percezione infantile, forti e amplificati nella memoria, cercando, seppur per un attimo, di rendere libere le emozioni dai miasmi delle ortodossie del bagaglio culturale.  Il suo è un gioco a fondere e confondere nel crogiolo espressivo l’etica e l’estetica, spiazzando inesorabilmente chi cerca in ogni suo scatto il rispetto dei codici convenzionali della composizione o, ancor di più, colui che cerca di discernere le componenti del significato dal significante.   In un certo senso Giuliana, in barba agli assiomi della semiologia, si concede una licenza artistica e ribalta mirabilmente i meccanismi dell’algoritmo percettivo dei linguaggi contornuali: il fotografo scrive l’immagine rifacendosi agli stilemi della lettura denotativa giovanile quasi completamente farciti di emozione istintiva, mentre il lettore è spinto a scrivere e inscrivere infinite altre immagini nel telaio delle immagini proposte in assonanza con l’approccio mentale dell’autrice che in questo esercizio occhio-cuore appozza dallo scrigno dell’immaginario molto personale e poco collettivo.   In questo scambio di ruoli è la sottile provocazione di Giuliana.   Guardare fuori per vedere dentro.

 

Giuliana Traverso nasce a Genova il 23 dicembre 1930 dove vive e lavora. Cittadina del mondo ha affrontato tutti i grandi temi della fotografia moderna,  il reportage, il ritratto, l’impegno sociale, il nudo, il reale, l’astratto, la ricerca materia, scoprendo la fragilità, il dramma, la commedia, la scenografia, che si compongono e si racchiudono nelle cose, nella vita di tutti i giorni, nei soggetti prescelti. Questo suo patrimonio immenso si è trasformato in capacità d’insegnamento. Ed anche in questo campo ha effettuato una scelta particolare:  la sua scuola al femminile ha operato per 25 anni a Milano e per 40 a Genova. Nel 2003 ha aperto a Genova un corso fotografico al maschile “Il galateo della Fotografia”.

 

 

 

 

 

 SGUARDI FUORI

 Istituto Superiore Antincendi

 

 

 

 “Sahrawi: il popolo murato” di Mauro Abate

 

Il popolo Sahrawi, proveniente dal Sahara Occidentale ora occupato dal Marocco, vive esule da trenta anni in un campo profughi nei pressi di Tindouf, nel deserto algerino. E nella sabbia dell’Hammada, compatta e dura, dalla forma sinuosa e lunga come quella di un muro, ha piantato le tende, edificato le povere case, le scuole, gli edifici pubblici, costituito addirittura uno Stato. Più che una documentazione realistica il risultato fotografico mira ad essere un racconto poetico e partecipato, sospeso nello spazio e nel tempo come sono sospesi gli accampamenti, le persone, una società intera che aspetta ostinatamente di tornare nella terra di origine in piena indipendenza. Questo lavoro è stato realizzato da Mauro Abate nel novembre del 2005, durante una missione umanitaria a favore di bambini bisognosi di essere sottoposti in Italia a cure mediche o chirurgiche altrimenti impossibili in loco, per conto dell’Associazione Rio de Oro di Pescara. La mostra è stata presentata nel 2006 nell’ambito della serata “Un mondo di muri” organizzata a Formia da Emergency, perché anche il popolo Sahrawi, chiuso in un deserto apparentemente senza confini né custodi, è un popolo dimenticato, che vive la sua condizione di recluso con dignità e pacatezza lontano da fondamentalismo e terrorismo.

 

Mauro Abate è nato a Napoli, dove oggi lavora come neurologo pediatra presso l’Ospedale Santobono, il giorno di Natale del 1951. Ha iniziato a fotografare negli anni sessanta per necessità intima di espressione e documentazione, soprattutto in BN, che sviluppa e stampa personalmente. Nel 1999 è entrato nel “Gruppo fotoamatori del Golfo” di Formia, ove risiede dal 1986, contribuendo alla sua trasformazione in Circolo fotografico “l’altro sguardo”, nome ispirato ad un testo di un teatrante napoletano, Antonio Neiwiller, come programma d’intenti. Dal 2005 ricopre nel Circolo la carica di Presidente. Ha pubblicato con la sorella Fabiana un libro di fotografie e poesie “ilmiomareorizzontale ombreluce”. Molto attivo nel campo umanitario, ha partecipato a diverse iniziative per la raccolta di fondi; ha svolto un piccolo progetto fotografico con i ragazzi ospiti del carcere minorile dell’isola di Nisida, ed è stato, tra l’altro, promotore insieme alla scrittrice Fabrizia Ramondino dell’accoglienza di bambini Sahrawi a Formia, delegato dal Sindaco quale responsabile sanitario.

 

 

 

“Disgelo sul Dnepr” di Michele Battistelli

 

Dopo la dissoluzione dell’URSS, nel 1991, l’Ucraina è una nazione indipendente che comprende la Repubblica autonoma di Crimea e 24 province. Quattro viaggi, effettuati tra il 1998 e il 2001, hanno consentito all’Autore di realizzare questo lavoro, mosso dal desiderio di rivivere le emozioni provate in Cecoslovacchia prima della sua occidentalizzazione, e l’epoca della sua giovinezza, quando gli ideali di giustizia e libertà facevano rivolgere a molti lo sguardo e la mente all’est europeo. Nella realtà ambientale di questa nazione, Battistelli ha trovato quei valori visuali capaci di rappresentare, ben oltre al documento, il rapporto interiore che egli ha vissuto con la vicenda umana e storica delle genti. Il suo linguaggio riesce ad emozionarci perché rapidamente, attraverso la comunicazione di forti segni naturali e storici, ci porta alla comprensione di significati di rilevante peso morale. La poetica è quella del naufragio con le sue implicazioni metafisiche, ed in particolare del naufrago che ha preso coscienza della propria condizione e cerca disperatamente un avvenire. C’è il “Disgelo sul Dnepr”. Le ombre escono dal torpore invernale, le ragazze si fanno belle, i ragazzi giocano. Ci si sposa, manichini di una vetrina, personaggi di una rappresentazione antica, unione consacrata dell’uomo e della donna. Nasceranno bambini…vivranno in un mondo che ci auguriamo migliore.  Leggendo l’opera avvertiamo, nella pregnanza delle immagini, che queste ci parlano dell’Autore stesso; anch’egli ci appare un naufrago, superstite delle mareggiate che hanno sollecitato la sua vita interiore.  

 

E’ nato a Pesaro nel 1935, dove tuttora risiede. Ha iniziato ad operare nel mondo della fotografia negli anni sessanta con reportage in bianconero e audiovisivi in dia. I suoi soggetti sono stati i viaggi compiuti in Italia, in Jugoslavia, in Turchia, nel Maghreb e soprattutto nei paesi dell’Europa dell’Est, avendo sposato una donna praghese, Susanka Paskova. Attraverso il rapporto di amicizia  pluridecennale con Mario Giacomelli ha maturato il proprio modo di fare fotografia con la precisa idea di comunicare le sue emozioni. Ha pubblicato nel 1996 “Tra parole e immagini. Autori marchigiani del 900” con le fotografie di altri noti fotografi: G. Cavalli, L. Crocenzi, M. Giacomelli, F. Ferroni, A. Salvalai. Nel 1997 con  “Ombre sulla Moldava” ha ricevuto il premio per la migliore opera in assoluto alla Biennale Fotografica Città di Prato. Nel 2002 ha ottenuto con “Disgeli sul Dnepr” il 24° Trofeo Città di Bibbiena. Ha esposto in Italia, Ungheria e nella Repubblica Ceca.

 

 

 

“KAO"  Impressioni dal Giappone di Massimo Berretta e Gaetano Pezzella

 

I fotografi, in occasione del lavoro di documentazione tecnico scientifica dell’installazione del satiro danzante al National Museum di Tokyo, vengono totalmente catturati dal fascino del "Paese del Sol Levante" e dalla sua cultura, così satura di innovazione tecnologica ma attraversata da flussi di arcaica sapienza. Allora, ogni minima traccia viene captata al fine di testimoniare questa continua tensione. La scelta della sequenza fotografica presentata a fotoleggendo è frutto di un tentativo di sintesi tra le centinaia che ne costituiscono l’itinerario completo. Il senso dell’impossibilità di essere esaustivi, quando si parla di una realtà così complessa, viene superato con la visione estraniante, lo squarcio che rivela l’impressione come traccia, momento di sospensione, apertura alla curiosità.

 

Massimo Berretta (1959) vive e lavora a Roma. Inizia giovanissimo a dedicarsi alle forme espressive della fotografia e delle arti grafiche. Nel tempo concentra esclusivamente la sua attività sulla fotografia industriale e di architettura, non tralasciando di esplorare con il proprio obiettivo costumi e società e avviandosi così verso una personale ricerca sulla fotografia "di viaggio", con particolare attenzione allo sviluppo delle città come sistemi complessi in cui nuovi modelli aggregativi e nuove contraddizioni sociali  convivono con tradizioni sopite ma mai del tutto scomparse. Negli ultimi tempi questa  ricerca fotografica nei luoghi della trasformazione, si è avvalsa della collaborazione di Gaetano Pezzella, e gli ultimi lavori sono frutto di questo sodalizio. Attualmente collabora  con la Softsia s.r.l. società di comunicazione e multimedia in cui lavora dal 1988 e dove svolge  attività di progettazione multimediale e fotografia. email: berretta@softsia.it

 

Gaetano Pezzella Vive e lavora a Roma. La sua esperienza artistica è caratterizzata dalla produzione di immagini dal forte impatto emotivo in cui si privilegiano elementi quali la luce, l’ intenso contrasto e l’ elaborazione grafica. Collabora con La Softsia s.r.l. in qualità di fotografo. Al suo attivo: circa 70 servizi fotografici di documentazione tecnica e pubblicitaria in Italia Serbia Belgio Inghilterra per società di infrastrutture italiane, Servizio fotografico e realizzazione di un catalogo realizzate dai non vedenti, Documentazione tecnico scientifica dell’ installazione del satiro danzante al National Museum di Tokyo, Servizio fotografico per l’ inaugurazione del Padiglione Italia presso l’ Esposizione Universale di Aichi 2005, Documentazione fotografica di eventi culturali presso il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria di Roma, mostra fotografica Jazzbit   presso l’associazione culturale La Palma Club a seguito dei lavori svolti  nell’ ambito  dei festival jazz  2005 e 2006, Mostre fotografiche personali e collettive presso locali e librerie della capitale.

 

 

 

“Gipsy architecture” di Carlo Gianferro

 

Il fatto che esista “Architettura Gypsy” può sorprendere molte persone, nonostante ciò nel sud Est Europa esiste un'architettura generata dagli zingari ROM, una composizione di tutti gli stili architettonici del mondo. Dove ogni famiglia sceglie il suo stile di casa basato sui propri sogni. Ville dagli stili architettonici inconsueti. Palazzi colmi di citazioni raccolte dai proprietari nei loro viaggi nel mondo e minuziosamente trasportate ed edificate. Una architettura libera, un “catalogo” di architettura confusionario e straordinario nell’insieme. Case costruite a volte non per Il piacere personale ma per manifestare il potere, la ricchezza, per glorificare in altezza e larghezza l’immagine della propria famiglia, per comunicare tramite i metri cubi la propria solidità economica, per confrontarsi con il mondo capitalistico perché si posseggono tutti i suoi simboli.  Edifici progettati  dagli stessi proprietari che si trasformano in geniali architetti e a volte in micidiali ingegneri creando  abitazioni spesso storte, dalla staticità imponderabile.   Le fotografie scelte per Fotoleggendo sono una serie di ritratti Rom in interno, sottoinsieme dell’intero lavoro, un volume pubblicato dalla casa editrice tedesca Axel Menges ad Aprile 2007

 

Carlo Gianferro è nato a Roma nel 1970. Nel 2003, dopo anni di lavoro presso società di informatica decide trasformare professionalmente la sua passione per la fotografia. Oggi si occupa di reportage sociali. Negli ultimi anni la sua attenzione è focalizzata sull'est Europa e l'Asia, il tema centrale del suo lavoro è il rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive, in particolare la sua casa. Ad Aprile 2007 viene pubblicata la prima edizione di “Gypsy Architecture” edito dalla casa editrice tedesca  Axel Menges, il libro, realizzato in collaborazione con gli architetti Patrizio Corno e Renata Calzi di Milano, è il primo mai stato pubblicato sul tema delle nuove realtà stanziali dei popoli ROM dell’est Europa. Ha realizzato un reportage sull’integrazione di lavoratori di diverse nazionalità presso i giacimenti petroliferi in Kazakhstan, attualmente sta effettuando una serie di viaggi che lo stanno portando alla scoperta dei paesi e dell'architettura dell'ex Unione Sovietica e della Russia per il suo Il progetto "Goodbye, block", esposto al festival internazionale di fotografia di Roma nel 2006 e ancora in corso di lavorazione.

 

“Georgia” di Maurizio Gjivovich

 

Georgia  i mille volti dell'indipendenza .Tbilisi aprile 2005: "una Città affascinante circondata dai confini , dal passato che come un triste ricordo,  resta un' immagine desolata e malinconica all'ambiente.

Un' immensa città che lascia i suoi problemi al passare del tempo ; i suoi profughi , i suoi poveri le sue infrastutture.   Una povertà che sfiora l'inimmaginabile. Eppure una regione importantissima dal punto di vista strategico militare , confinante con la grande russia  ....... "in questo reportage vi sono documentati i numerosi centri collettivi che ospitano la grande maggoioranza dei profughi dell'Abcasia e dell Ossezzia ; le scuole e gli ospedali ,  descrivendo la realtà socio economica del paese". La mostra è prodotta in  collaborazione con Alisei ONG nell’ambito del progetto  “Rehabilitation and Training to provide dignified living conditions to vulnerable children in Tbilisi and IDPs families in Rustavi” finanziato da ECHO. http://www.alisei.org

 

Maurizio Gjivovich Nasce ad Ivrea il 22 Maggio 1975. Nel 2000 partecipa alla Biennale Giovani artisti Off Torino , successivamente nel 2001realizza un reportage in Bosnia Erzegovina dal titolo Sarajevo "una tregua apparente " sarà poi pubblicato un libro edito da La Voce Alessandrina.Nel 2002 partecipa ad una collettiva alla Biennale Giovani artisti di Torino in collaborazione con l’Istituto Europeo Desing di Torino, un progetto dal titolo S.O.S. ARTE ,installazione fotografica digitale in bianco e nero. Sempre nello stesso anno parte per il Kosovo per realizzare un documentario sulla situazione del conflitto politico militare . Un anno dopo viene pubblicato un volume dal titolo "Oggi in Kosovo" edizioni Gruppo Abele. Nel 2003 realizza un reportage in Palestina dal titolo "incrociare gli sguardi , incontro con artisti palestinesi " , un documentario da Ramalla a Nazareth , con li contributo della Regione Piemonte si realizza una mostra a Torino "Amantes". Nel 2004 continua il progetto in palestina realizzando nuovamente un reportage sugli artisti palestinesi , il servizio verrà pubblicato su Gente di Fotografia 2005, nello stesso anno pubblica "Artisti della Palestina" con Specchio de la Stampa e successivamente "Marcocco profondo" su L'Internazionale (reportage nelle famiglie degli immigrati da Kourigba).

 

 

“Portrait from Lybia” di Giandomenico Marini

 

Le foto di Portraits from Lybia sono state realizzate durante un viaggio in Libia nel deserto del Tassili e dell'Acacus, una zona del Sahara ai confini fra Libia ed Algeria. Piuttosto che fotografare il deserto in sé si è deciso di documentare la vita dura e quasi eroica che si svolge ai bordi del deserto, nelle ultime propaggini ancora abitate. Si scopre una vita essenziale ma ricca, dove il fuoristrada ha preso il posto degli antichi cammelli. E nonostante il caldo, il vento del deserto, la sabbia, la sete si scopre gente ancora capace di un sorriso aperto, di uno sguardo fiero eppure disponibile. Le foto sono state scattate ai margini della strada che collega Ghat a Sebha: una strada che corre nel vuoto del quasi deserto, punteggiata di piccolissimi centri abitati che sorgono dal nulla e nel nulla finiscono.

 

Giandomenico Marini nasce nel 1963, padre e nonno fotografi. Si accosta molto giovane alla fotografia e predilige ritratto ambientato,reportage etnico e grafismi. Nel 2000 vince il concorso di Photo e nel 2004 Onyricon è pubblicato su Photo Francia. Dal 1999 in poi espone in diverse gallerie private. Ha progettato booklet e copertine di vari CD oltre ad esporre in numerose mostre in Italia e all'estero fra cui le scorse edizioni del Festival Internazionale di Roma (2004, 2006) e Confini, rassegna di fotografia contemporanea. Vincitore Festival Foto Portfolio in Piazza 2006.

 

 

“Hotel Argentina” di Giovanni Marrozzini (Gran Premio 2006 FIAF/Epson)

 

E’ impossibile rappresentare linearmente l’immenso territorio dell’Argentina, le sue profonde ferite, la moltitudine delle comunità indigene e delle etnie nate a seguito delle colonizzazioni. Ma il mondo è un grande albergo, in cui siamo ospiti del tutto provvisori: questo lavoro è lo schermo delle apparizioni determinate dall’infinita potenza del caso e dalla straordinaria capacità dell’autore di cogliere la promessa dell’avvenimento. Dietro ad ogni porta c’è uno spazio abitato, la cellula di un organismo complesso, un microcosmo di singole storie che procedono per pulsazioni ternarie. Per la percezione il ritmo è tutto: il susseguirsi armonico dei movimenti di spazio e di tempo ci consegna il battere della solitudine del guardiano del faro, della nostalgia di gioventù, delle chiavi del regno dei morti, del pianto sconsolato di un bambino. Ci riconduce poi al levare degli scheletriti paesaggi urbani, dei rifugi e dei segni di un abitare di stenti e di ancore all’ingombrante passato e ad un presente senza storia. Hotel Argentina ha la struttura di una filamentosa molecola di DNA: si avvolge a spirale, ricollega le sue parti saldando impenetrabili spazi trasversali, trasporta le informazioni essenziali della nostra dispersa umanità. E’ la terra di approdo degli uteri di cemento, della milonga a gettone, degli aerei di vento, dei fari extraterrestri, delle ombre salate e delle bocche buie di miniera. A quest’Hotel chiediamo asilo per intrecciare le nostre storie con quelle dei fratelli passati da qui.  ( Cristina Paglionico)

 

È nato a Fermo dove vive e lavora. Si occupa di fotografia dal 1996. Nel 2003, dopo un'interruzione di qualche anno, torna in attività avvicinandosi sempre più a tematiche sociali, realizzando diversi reportage in Africa ( Zambia, Kenia, Angola), dai cui nasceranno anche diversi calendari con immagini a colori venduti a scopo benefico. All'inizio del 2005 lavora nella comunità Gruppo Famiglia di Porto San Giorgio, realizzando un progetto fotografico sul reinserimento nella società di ex pazienti manicomiali, con la collaborazione del critico Enzo Carli. Nel marzo del 2005 parte alla volta dell'Argentina,  per fotografare le condizioni di vita  a Maximo Paz, un borgo della periferia degradata di Buenos Aires, e poi di nuovo in Africa. Nel corso del 2005 è stato premiato nelle manifestazioni Portfolio di Foiano della Chiana, Bibbiena e Nocciano, con lavori diversi. Il 3 dicembre, a Prato, gli è stato assegnato il Premio Kiwanis. Nel 2006 vince il premio “Crediamo ai tuoi occhi” a Bibbiena con l’opera Falene e gli viene pubblicato il lavoro nella collana monografica della FIAF. Il 2 dicembre 2006 vince “Portfolio 2006 - Gran Premio Epson” con l’opera Hotel Argentina.

 

 

“Mediterraneo e il Medio Oriente ” di Rosetta Messori

 

La mostra è un  work in progress sul Mediterraneo e il Medio Oriente (1996/ 2004) che trae spunto da atmosfere da Paesi dalla cultura antica, come quella faraonica, assira, babilonese, fenicia e araba, luoghi in cui le disparità di forme sono più acute, culla di civiltà, spazi impregnati di grande energia. In particolare, le immagini  sono scattate in Egitto, Siria, Iraq, Algeria , Marocco, Giordania, Yemen, Oman e Tunisia. La serie completa è di circa 100 immagini, stampate su carta baritata  40x50  con una tiratura di 10 copie caduna.  Le fotografie di Rosetta Messori sono espressione della vibrazione e della sonorità dei corpi, della loro fluttuazione nello spazio. Sono scattate utilizzando un  tempo di esposizione più lungo del normale: esse modificano la realtà che viene impressionata come un “insieme di onde che si rincorrono all’infinito”.  In questi scatti l’autrice lascia emergere la parte interiore di persone e luoghi, rintracciandone quel movimento che si armonizza dall’interno e rappresentandone il momento essenziale, il ritmo e la profondità emozionale. Tale fluttuazione, trovando nella realtà il senso di una nuova consistenza, diviene, a sua volta, metafora della transizione e dell’intreccio di simboli, segni, vibrazioni diverse. Queste fotografie permettono di riflettere sull’essenza delle figure e delle immagini, attraverso una dimensione immaginaria di continuità del tempo: la forma si distrugge e il movimento descrive, attraverso le sue vibrazioni, la chiave del segno,  “rendendo visibile l’invisibile”.  La visione è in uno stato di continua mutazione e rigenerazione che descrive uno spazio vibrante fra il soggetto che guarda e l’oggetto guardato. L’immagine risuona.  ( Novella Oliana ).

 

Nata a Modena nel 1960, vive e lavora a Roma; inizia la sua carriera come fotografa di scena di cinema (dal 1983 al 1992). Ha frequentato i corsi di fotografia del Prof. Victor Ugo Contino presso l'Accademia di Belle Arti di Roma e ha a vari workshops e letture presso l' International Center of Photography di New York. Inizia nel 1988 la sua ricerca artistica ispirata alle teorie del "Fotodinamismo Futurista" di A.G. Bragaglia (1911)- Ricerca di rapporti SPAZIO-TEMPO e di ENERGIA. Le sue immagini state esposte in Italia e all’estero in gallerie pubbliche e private, tra le principali: Roma, Casa della Città; Roma, l'Università di Tor Vergata; Roma, Museo Laboratorio Università La Sapienza; Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna; New York, Avram Gallery Long Island University; Roma, Auditorium parco della musica; Magonza, Municipio di Magonza; Atene, Museo Bizantino e Cristiano; Alessandria d’Egitto, Biblioteca di Alessandria; inoltre è stata invitata ad esporre in mostre personali presso l’Istituto Italiano di Cultura di Damasco, del Cairo, di Stoccolma, di Malta, di Lille.  Alcuni lavori di questa serie del Mediterraneo sono stati esposti all'interno della Farnesina (2000 / 2004) e  menzionati nel catalogo : "artisti italiani del XX secolo alla Farnesina", successivamente (2005) nel catalogo "arte italiana per il XXI ;  nel 2006 nell’Edizione Gabriele Mazzotta catalogo della Mostra itinerante : MITHOS, Miti ed archetipi nel mare della conoscenza, a cura di Renato Miracco.

 

 

 

“L'isola meravigliosa” di Toto Bongiorno

 

Zanzibar è un'isola meravigliosa, dalle spiagge immacolate, dal mare dai colori cristallini e dai villaggi turistici  con le piscine e ristoranti sulla spiaggia.

Queste fotografie, che ho realizzato nell’estate del 2004, tuttavia non raccontano nulla di quanto, sul piano della visione, investe il turista occidentale. Non riportano l’ambiente dei villaggi turistici, costruito a misura del divertimento dei vacanzieri e assoluta chimera per la gente del posto. All’interno dei villaggi con tutte le comodità, i bambini di Zanzibar  si affannano a chiedere un dollaro e si lasciano fotografare docili insieme al turista come dei souvenirs di un esotismo artificioso e a pagamento mentre i zanzibarini  affollano le capanne di fango e pierta che nascono come satelliti nella periferia. E’ la periferia di questi piccoli avamposti del capitalismo occidentale che mi ha interessato. La quotidianità della gente che lì  vive, sospesa tra il desiderio di una ricchezza visibile ma non condivisa e la necessità di soddisfare i bisogni primari dell’esistenza.  Questo lavoro è il risultato di un percorso di avvicinamento verso una collettività di persone che ancora oggi mantiene  concezioni elementari, ma cosi’ profonde della vita da ripudiare i modelli degenerativi di una cultura massificata.  E' il risultato di storie, di simpatie, di affinità.Di vite  vissute come  inni all’umanita’ e al sorriso e che fanno di Zanzibar l'isola meravigliosa.   

 

Totò Bongiorno ad Agrigento nel 1975 e fotografa dal 1998. Negli ultimi anni ha viaggiato molto in Italia e all'estero prestando la propria attenzione alle realtà marginali e periferiche.
Dal 2006 si occupa, insieme ad altri amici, della rivista di immagini e cultura fotografica Gente di fotografia. Ha al suo attivo importanti mostre e pubblicazioni.

 

 

“Il gambero nero ” di Davide Dutto

 

Un libro fotografio e un ricettario per raccontare la vita quotidiana dei detenuti di un carcere piemontese. In un universo di privazione, anche e soprattutto dei sensi, come quello carcerario, il cibo diventa un momento in cui affermare i propri gusti e il proprio saper fare. Nel quotidiano di un detenuto, la preparazione del cibo, la sua condivisione e la continua reinvenzione di ricette diventano un modo per ricordare gli affetti, trasmettere agli altri una conoscenza pratica, condividere una frazione di piacere.  In qualità di operatori sociali, Davide Dutto e Michele Marziani hanno trascorso più di un anno nel carcere di Fossano. Hanno varcato le porte delle singole celle e hanno ascoltato, osservato e aiutato i detenuti intenti alla preparazione del loro cibo.  Il risultato è un ricettario «galeotto» nel quale confluiscono piatti, sapori e metodi di preparazione provenienti da tutto il mondo. Perché internazionale è la composizione della popolazione oggi reclusa nelle carceri italiane.  Oltre cento immagini straordinarie che hanno per tema la cucina. Le accompagnano didascalie che raccontano abitudini, rivelano aneddoti e curiosità, ricordano storia e provenienza dei personaggi ritratti in questa mostra.

 

Davide Dutto vive in Piemonte dove è nato nel 1961. Fotografo professionista dal 1982, si muove in bilico tra arte e mestiere attraversa tutti i territori della fotografia. Ha collaborato con agenzie e riviste specializzate nel settore degli sport invernali (partecipando alla realizzazione di numerosi volumi fotografici dedicati alla Coppa del Mondo, alle Olimpiadi invernali, ai Campionati Mondiali) per poi passare attraverso servizi destinati alla produzione di cataloghi, calendari e brochure per aziende quali Michelin, Saint Gobain, Autostrade Spa, Invicta, Prunotto Antinori, Regione Piemonte….

 

 

“Pensieri nel silenzio” di Riccardo Ghilardi

 

…L’attesa mai così quieta e desiderata…perché sintomo di pacata serenità… Poi quella campana… e via di corsa a render la pariglia a quel destino… Coprire di coraggio la paura, tentare anche a costo della vita. Così la mia lente, da sempre compagna di viaggio, diviene ora  l’occhio freddo che ferma lo sgomento, che urla disarmata la mia rabbia  per quegli “ oggetti contorti” e senza vita. Quando lo sforzo finisce e la missione è conclusa possiamo abbracciarci e gioire perché una  vita salvata  è per noi la ricompensa più preziosa  o tacere nel rispetto di una fine, troppo assurda per essere compresa. Così dopo la concitata frenesia dell’intervento, quando l’adrenalina si calma ed insieme a lei la tensione, rimango sospeso in silenzio   mentre organizzo  le mie  emozioni ad  esser  pronte  verso chissà quale altra sfida unisco due passioni così intense…con la speranza che possano servire a rallentare questa folle corsa che troppo spesso finisce con la morte.   Li dove le parole falliscono…possa un immagine difendere la vita. R.G.

 

Riccardo Ghilardi nasce a Roma nel 1971, dopo gli studi comincia a viaggiare il mondo nutrendo con  immagini, di realtà sociali e nature diverse, la sua crescente  passione per la fotografia,  che apprende in modo autodidattico e con i preziosi consigli del fotografo Francesco Survara suo amico d’infanzia. Le sue immagini vengono pubblicate su diverse riviste di viaggio e  life style, quali Surfnews Magazine, Revolt Magazine, Baco Magazine, Surf Latino ed altre.     Nel 1996 seguendo le orme dei nonni e del padre entra nel Corpo Nazionale Dei Vigili Del Fuoco dove tuttora presta servizio operativo presso il Distaccamento di Ostiense al Comando di Roma.

   

                                                                                                    

“Lo sguardo degli ultimi” di Massimo Tennenini

 

Le fotografie che costituiscono la mostra sono state realizzate in varie regioni del Centro-America, e vogliono essere un modesto tentativo di dare voce e visibilità a quella parte di umanità quasi sempre esclusa e dimenticata, costituita soprattutto dalle popolazioni indigene. Le immagini sono state realizzate  anche grazie alla loro diretta partecipazione, che li vede soggetti partecipanti all’interno di una relazione dialogica, secondo un metodo antropologico ormai consolidato, e non più soltanto come oggetti da studiare/osservare/fotografare.

In molti degli scatti i soggetti ci guardano dritti negli occhi; il loro sguardo sembra interrogarci, ci pongono domande alle quali non sappiamo rispondere. Probabilmente non sono immagini "neutrali", ne pretendono di esserlo, e dal momento che non esistono immagini realmente "obiettive" ciò che esprimono è una realtà attraverso il modo di vederla dell’Autore e, soprattutto, di viverla. Lo sguardo di Tennenini non è dunque solo fotografico o estetico, ma anche antropologico ed emotivo, convinto che arte, emozione e scienza non devono essere separate, ma possono e debbono convivere.

 

Tennenini, antropologo, fotografo e filmaker, ha collaborato a lungo con la cattedra di Antropologia Culturale presso la facoltà di “Scienze della comunicazione”. Si occupa da molti anni dei popoli nativi, e in particolare dell'America Latina.

Dal 1987 ad oggi ha realizzato numerose mostre fotografiche su questo argomento e diversi audiovisivi sulla condizione dei popoli indigeni come “ Gli indios guatemaltechi ” (1990), “ Il Chocò: una regione da depredare ” (1991);“ La fine del silenzio ” (1994);“ Gli uomini senza volto ” (1996). Nel 1991 ha collaborato alla realizzazione di video come “ Una lunga storia ”(1991), sulla guerra del golfo; "Gli Indios dell'Amazzonia" (1992); "Santissima Muerte" (2004).

 

 

 

 SGUARDI INTERIORI

 Istituto Superiore Antincendi

 

 

“Lettere d’amore – graffiti urbani” di Susan Kammerer

 

La serie di fotografie PASSI D’AMORE (2007) è nata per caso. L'estate 2006, nell'intraprendere un programma di marce mattutine a passo sostenuto nei dintorni della mia abitazione, ho inciampato, cadendo letteralmente su queste scritte o graffiti. Camminando, mi ritrovai a pensare esattamente alle stesse cose che questi graffiti esprimevano con tanta passione, attraverso lettere tracciate sull'asfalto. Così ho iniziato coscientemente a cercarli: ero affascinata dall'idea che i loro autori sentissero un desiderio così potente di comunicare, di rendere permanente, e pubblico, un sentimento effimero come l'Amore. Il loro sincero modo d'esprimere l'attrazione, la rabbia, l'affetto, il rifiuto e soprattutto l'AMORE (sotto a tutto, in realtà) era confortante e ristoratore.

 

Nasce a New York negli Stati Uniti. Inizia i studi universitari alla Skidmore College e poi nel 1977 si  trasferisce in Italia per frequentare la Tyler School of Art a Roma. Nel 1980 le viene conferita la laurea di Bachelor of Fine Art e nel 1983 finisce il corso di Master of Fine Art (specializzazione) della Rosary Graduate School of Art a Firenze. Dal 1986 al 1991 insegna in varie univeristá americane a Roma e Firenze e copre l' incarico di Liaison Artistica  all'Accademia Britannica a Roma. Dal 2006 dirige l'Art Department della Ambrit Rome International School dove insegna dal 1994. Oltre ad essere fotografa lavora anche come freelance graphic designer e web designer. www.susan-kammerer.com

 

 

 

“Soglie visive” di Stefano Bernardoni (primo premio Portfolio in Villa - Solighetto)

 

‘Soglie visive’ è un lavoro che si rispecchia in una tematica ben nota e largamente discussa in fotografia: la percezione soggettiva della visione - o meglio: la rappresentazione del proprio modo di vedere attraverso il medium fotografico. L’autore sviluppa questa riflessione attraverso un percorso intimistico: riflettendo su se stesso nel tentativo di darsi delle risposte a domande esistenziali - sul proprio significato, sulle proprie paure e speranze - ci porta a conoscenza della sua personale rappresentazione di questi temi.
Il risultato di tale ricerca sono delle immagini a più dimensioni, che l’osservatore può interpretare come qualcosa che emerge dal proprio mondo interiore, riconoscendo perciò inconsciamente l’origine che ha portato a creare queste risposte. Il lavoro è suddiviso in 4 sequenze, divise sulla base di queste interrogazioni.

 

Stefano Bernardoni è nato a Monza nel 1968 dove vive e lavora come fotografo. La sua formazione si è sviluppata attraverso la ricerca e lo studio dei percorsi artistico/culturali di autori e studiosi della fotografia. Ha esposto in personali e collettive, in Italia (Milano, Massa Marittima/GR, Seravezza/LU, Lecco) e all’estero (Tampere/FINLANDIA, Nagasaki e Fukuoka/GIAPPONE, San Pietroburgo e Vologda/RUSSIA, Zlin/REP.CECA) Nel 2006 ha vinto il primo premio all’internazionale di fotografia di Solighetto(TV). Sue immagini sono state pubblicate su diverse testate, come Gente di Fotografia, Il Fotografo e FOTOIT. E' fotografo della compagnia teatrale di Milano “Il teatro del battito” ed ha partecipato a diversi spettacoli con proiezione di sue immagini. Stefano non si ferma alla sola produzione fotografica, è anche impegnato nel promuovere e organizzare mostre ed eventi con l’associazione culturale TerzoOcchio.Net, presieduta da Roberto Mutti. Si occupa anche di insegnamento in corsi organizzati da alcune associazioni culturali e scuole di Milano. Recentemente ha inaugurato una sua scuola di fotografia a Milano www.bottegaimmagine.it ; I suoi principali lavori sono visibili anche al sito web: www.myworks.it

 

 

“Contemporary nature“ di Paola Binante

 

Questo lavoro nasce dalla riflessione su uno dei generi molto diffusi nella pittura, il tema della natura morta. Il modo contemporaneo di acquistare, conservare e consumare gli alimenti naturali è divenuto veloce e privo di sensorialità.

Nelle nostre moderne case sono scomparse ceste e fruttiere nelle quali venivano disposti frutta ed ortaggi con gusto compositivo degni delle pitture seicentesche. I frigoriferi conservano alimenti naturali, misti a plastica e carta di ogni genere attuando su questi elementi una metamorfosi fisica e visiva. 

 

Paola Binante nasce a Roma nel 1965. Vive e lavora a Bologna. Dopo aver conseguito il Diploma di Maturità di Tecnico Cinematografico e Televisivo e quello di Fotografo di Scena e Fotoreporter, si laurea in Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Roma, poi in Comunicazione e Didattica dell’arte all’Università di Bologna.  Inizia l’attività professionale nel campo della Fotografia d’Arte nel 1984, alla quale alterna quella di Docente di fotografia. Dal 1998 ha inizio la sua ricerca artistica. Ha tenuto mostre personali e partecipato a varie collettive, tra cui “Fotoalchimie” Museo Pecci di Prato (2000), VII Premio Internazionale Massenzio Arte (2003), Quadriennale di Roma (Anteprima di Torino 2004), Fotografia Festival Internazionale di Roma (2004,2005,2006), “Smack” Brewery Project (Los Angeles-USA 2005), “Natura e Metamorfosi”, nell’ambito del progetto del Ministero degli Esteri “Italia in Cina 2006” (Shanghai e Pechino 2006). Suoi lavori sono conservati: Museo d’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato; Museo dell’Agro Veientano - Centro per l’Incisione e la grafica d’Arte di Formello Roma; Museo del libro d’artista di Cassino; Centro Documentazione Ricerca Artistica Contemporanea “Luigi Di Sarro” di  Roma, Centre The Brewery Project di Los Angeles; Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (AR).                                                

 

 

“I colori della mente” di Francesca Della Toffola

 

Il progetto nasce dalla riflessione sul mito di Ulisse, instancabile viaggiatore ma soprattutto uomo pensante. 

Trasportato dagli eventi, dibattuto tra il desiderio di conoscere e la nostalgia del ritorno, Odisseo diviene uomo tra gli uomini in tutte le epoche e mondi.

Da una parte lo spazio aperto da esplorare, dall’altra lo spazio protetto in cui rifugiarsi e ritrovarsi. In questa dicotomia gli spazi gareggiano. 

Le colonne d’Ercole appaiono nuovamente erette, così simili a quella linea nera che unisce e divide lo spazio.

 

Francesca Della Toffola nasce a Montebelluna (Tv) nel 1973.  Durante gli anni universitari, a Venezia, scopre la fotografia come nuovo mezzo per esprimersi. Non è un caso la laurea in lettere con la tesi sulla storia della fotografia: “Sulla soglia dell’immagine: Wim Wenders fotografo”. Frequenta diversi workshop ed infine l’Istituto Italiano di fotografia di Milano dove consegue il diploma. Il suo interesse muove nell’ambito della fotografia sperimentale. Attualmente lavora come professionista nel campo pubblicitario a Treviso.  E’ stata segnalata in molte manifestazioni ed ha esposto in diversi festival della fotografia.

 

 

“Couples + Troubles di Caroline Juillard ( rencontres de Boutonnet - Montpellier2007 )

 

Caroline Juillard confronta luoghi e ritratti. Luoghi nell’attesa di una presenza, corpi senza luoghi. Personaggi estranei al luogo. Storie di incontri  mancati. L'incontro all'interno di una località e l'essere sembra impossibile, condannato a mancare dell'uno o dell’altro. E poi delle coppie la cui presenza  dei corpi riempie la scena come in un disperato tentativo di riempire l’abisso. Svolta della funzione fotografica, abitualmente chiamata per evocare la presenza degli altri, e che qui testimonia l’imminente rischio della  loro scomparsa.

 

Nata nel 1980,  Caroline Juillard si è diplomata alla scuola Superiore di Fotografia di Vevey. Nel 2005 ha ricevuto il premio FNAC europeo della fotografia ed è stata segnalata al Festival Voies Off dí Arles. Dal 2002 ha esposto con regolarità a vari festival e gallerie europee in Svizzera, Gran Bretagna, Irlanda, France e Germania.  www.carolinejuillard.net

 

 

(rassegna di fotografia contemporanea in collaborazione con PhotoGallery )

 

 

 

  " Frammenti di un ricordo” di Robert Marnika

                                                                      (Premio FotoLeggendo 2006)

 

Ci sono tanti modi di vivere una guerra. Dando per scontato che l’imperativo per chi la subisce è sopravvivere, anche in tali frangenti resta forte la volontà di non restare spettatori, ma di reagire. Reagire rivendicando una quotidianità negata, urlando, combattendo con la forza della speranza e documentando per testimoniare, ricordare o forse, aiutare a dimenticare. Documentare la sua guerra, ecco cosa a fatto Robert Marnika, vincitore, ad ottobre, del premio FotoLeggendo 2006.   Fra la fine del ’91 e l’inizio del ’92 Marnika documenta la sua guerra, quella con cui convive a Zara insieme a parenti, amici, soldati. Fotografa nei momenti più tranquilli, illustra la distruzione, il quotidiano, cercando di evitare situazioni di pericolo. Le sue foto arrivano al Ministero croato per la cultura ed iniziano a girare, superano confini, barriere, giungono fino in Giappone; raccontano la loro verità.
Questa è la storia, un frammento di passato doloroso, difficile da dimenticare, ma presente al punto da spingere Marnika a riprendere quelle immagini per farle diventare qualcosa di nuovo.
Gli scatti, quelli originali, sono trattati, manipolati in stampa su strisce di carta sensibile, pezzi unici, irripetibili. Dittici da cui emerge la voglia dell’autore di ricordare, continuare il suo racconto a distanza di tempo non più per documentare ma per narrare.  (Maurizio Chelucci)

 

nasce a Zara in Croazia nel 1966. Nel campo fotografico e artistico ha realizzato numerose mostre e partecipato a vari concorsi, ottenendo premi e riconoscimenti a livello internazionale. Il suo interesse per la fotografia inizia nel 1989 a Zagabria, dove pubblica i suoi primi lavori nei giornali studenteschi.  Gli anni del conflitto in Croazia lo vedono civilmente e artisticamente impegnato come testimone degli orrori della guerra, della quale riesce a riprendere e diffondere in tutto il mondo immagini suggestive di muto dolore. In Italia dal 1993, vive stabilmente a Bologna dal 1995, dove lavora come fotografo freelance. Conduce, periodicamente corsi di fotografia base e tecniche avanzate di stampa. www.lueruspa.com

 

 

 

  “Omaggio a Burri” di Ezio Turus

 

Qualche tempo fa, dopo due decenni d'inebriamento tra fotografia e computer grafica, sono approdato al “Polaser”, un gruppo di artisti che, diversamente dalla moda imperante di migrare verso la comodità digitale, si cimentavano con le piccole e malleabili Polaroid. La mia innata tendenza alla sperimentazione fu immediatamente rapita da questa nuova filosofia fotografica, mutai completamente la mia visione, anche nei miei viaggi fotografici. Arrivai a Città di Castello, in Umbria, un posto che non conoscevo ancora, e poco conoscevo anche un illustre artista tifernate, Alberto Burri, le cui opere innovative le avevo sinora viste solo sui libri d'arte.  All'ingresso del museo a lui dedicato, mi prese un senso di smarrimento: immense opere di colori, materia, forme ... nessun libro, nessuna riproduzione poteva descrivere la sua genialità. Subito mi avvolse l'ispirazione che divenne concreta appena mi ritrovai davanti ai cellotex. Il loro colore era lo stesso della polaroid non sviluppata. La polaroid è viva, è materia, è elemento, non si limita a riprodurre un soggetto, ma lo reinterpreta. Rincasato, volli omaggiare il genio di Burri a modo mio, ricercando i materiali che tanto mi avevano ispirato e immaginandomi cosa avrebbe fatto il maestro in quel momento con una polaroid Image. La materia veniva fotografata e, allo stesso tempo, “incorporata” nell'opera, rompendo il confine tra la finzione e la realtà. Ecco, queste foto manipolate, pensate e vissute, mi hanno, per un istante, fatto credere di essere un maestro dello spazialismo.

 

Ezio Turus, di San Lorenzo Isontino (GO), dopo un trascorso musicale, è approdato quasi simultaneamente, verso il 1981, sia alla fotografia che all'informatica, cercando di sposare subito le due attività. Le prime sperimentazioni, molto scarne se viste in un'ottica attuale, hanno aperto la strada verso ibridazioni più impegnative che dal 1991 ad oggi hanno visto la luce in molte sale espositive, riviste, pubblicazioni, siti web, rassegne fotografiche e di arte digitale. Con la diffusione di Internet in Italia è stato tra i primi frequentatori e fondatori di comunità virtuali in cui venivano discussi argomenti fotografici.  Dal 2003, grazie ai contatti con il gruppo Polaser di Faenza, si appassiona alle tecniche creative con materiali Polaroid, alternando le mostre di arte digitale con quelle di fotografia immediata.Parallelamente all'attività creativa ed espositiva, si dedica alla divulgazione con docenze presso i gruppi fotografici, corsi di fotografia digitale e articoli. E' redattore di FOTOIT, l'organo ufficiale della FIAF, che lo vede iscritto da moltissimi anni.

 

 

 

  “Il Codice Duvaldi Adriano Eccel

 

Carol Duval è un anziano fotografo di origine francese che da molti anni lavora alle dipendenze di un museo d’arte americano - racconta Adriano Eccel, autore concettuale trentino - del quale cura come archivista la sezione fotografia. Nei ritagli di tempo, e quando il lavoro glielo permette, Duval si diverte (usando un vecchio supporto fotografico) a stampare i negativi che riproducono le opere originali di proprietà del museo. Seguendo una logica a noi sconosciuta l’archivista accosta fra loro immagini di ogni genere, tempo e luogo, allo scopo di creare delle "storie visive" in cui racconta se stesso, la storia della fotografia e dell’uomo, la sua visione fantastica e ironica della vita. Sotto la tenue luce dell’ingranditore nella camera oscura del museo – conclude il fotografo - Carol Duval stampa i negativi rubati alla storia per creare un nuovo codice di lettura delle immagini, un "codice dell’anima" che lo trasforma quasi per gioco da archivista della memoria in felice poeta e artista contemporaneo, silenzioso testimone del tempo.

 

Adriano Eccel è nato a Bolzano nel 1956. Artista  concettuale nei primi anni 80 abbandona la ricerca grafico-pittorica per inserirsi nel mondo della fotografia contemporanea.Nel 1995 è pubblicato come rappresentante della nuova fotografia italiana dal prestigioso “Graphis Fine Art Photography” di New York ed entra con ben 19 opere nella collezione internazionale della Biblioteca Nazionale di Parigi e in altre importanti collezioni internazionali.  Espone in prestigiose rassegne, musei e gallerie in Germania, Francia, Spagna, Paesi dell’Est Europa. In Italia e’presente a Torino Fotografia, Venezia Immagine, Triennale di Milano, Museo Ken Demy, MART-Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata di Roma. I suoi lavori sono pubblicati su numerosi cataloghi, riviste e libri di fotografia in ambito europeo.

 

 

   

 

  “ Firenze” di Ivan Margheri

 

L’aspetto è “antico”, ma l’immagine ha una nitidezza, una precisione ‘scientifica’, assolutamente moderna; e così questa Firenze sembra di ieri, lontana nel tempo, eppure la avvertiamo, alla visione, nella sua esattezza indiscutibilmente attuale, del 2000. Queste immagini sembrano assolutamente oggettive, proprio in questa loro precisione, registrazione precisa della realtà. E insieme sono fantastiche, irreali, con quel qualcosa di impalpabile e insieme di morbido, di bianco come neve che sembra rendere queste visioni magiche, diverse, come toccate da una poesia fatta di meraviglia, di stupore. Questo di Margheri è bianco e nero: eppure non è – completamente - un bianco e nero, perché nel loro viraggio queste immagini, questi paesaggi veri e insieme della mente e dell’anima hanno una qualità cromatica preziosa, affascinante, cui si deve una parte dalla loro bellezza. Cartoline dall’oggi, queste di Margheri, un ‘oggi’ nostalgico che è anche – contemporaneamente – il mondo dell’immaginario, di un sogno, un’invenzione lirica a cui è bello abbandonarsi.  Una Firenze, questa, tra squarci famosi e punti di vista meno consueti, dove magari la natura diventa protagonista. Una città dalla verità lirica e tutta interiore, più profonda di quella usuale e quotidiana. Certamente, una Firenze come non è stata mai vista. E non era semplice crearla, per un fotografo e per un artista.   ( Francesco Tei )

LA CITTA’: Della mia città ho ammirato le bellezze e respirato lo squallore e, in ogni caso, l’ho amata.  Questa città è il luogo in cui vivo. Da sempre provo l’orgoglio di esserne parte, di avere qui le mie radici, di percorrere le strade che hanno conosciuto i miei antenati. Non chiedetemi di mostrarne i lati oscuri, è questo suo modo di presentarsi che mi emoziona tutte le volte che torno da lei.  ( Ivan Margheri )

 

Nato a Firenze nel 1958, dove vive e lavora, fotografa fin dall’adolescenza e nel tempo estende il suo interesse ad ogni aspetto correlato alla fotografia. Ha esposto a Napoli e Firenze e pubblicato su riviste italiane e straniere. E’ autore della Storia della macchina fotografica pubblicata da www.photogallery.it.

 

 

FotoLeggendo

2  ottobre 4 novembre 2007

mostre

video

seminari

tavole rotonde

letture portfolio

stages

workshop

 

www.fotoleggendo.it